venerdì 4 settembre 2009

A qualcuno piace "hot"! Le rotte delle spezie (parte quinta)

Inizia qui, il lungo viaggio alla scoperta della rotta del Sud tra Africa ed India

Premessa alla traduzione

La traduzione che propongo, segue il più fedelmente possibile l’originale inglese che a sua volta è stato tradotto dal greco.

Per rendere più viva la narrazione l’ho arricchita di mappe che indicano i luoghi descritti dal viaggio. Le località individuate sono quelle attualmente più accreditate dagli studi archeologici e storici. I nomi delle località sulle cartine, sono sempre indicati con il nome originale del racconto e tra parentesi il nome attuale della città o della località (se presente).

I testi tra parentesi tonde sono i miei per facilitare la lettura.

Le foto di corredo al testo sono foto reali dei luoghi come attualmente si presentano al viaggiatore.

E’ in progetto di arricchire il testo con ulteriori informazioni storiche specifiche riguardo ai luoghi visitati per fornire un più ampio contesto generale alla narrazione.

Buon viaggio.

Introduzione

Il Periplus Maris Erythraei (o “Viaggio attorno al Mare Eritreo”) è un lavoro anonimo datato circa la metà del I secolo d.C., scritto da un mercante Egiziano in lingua greca e che riporta la situazione commerciale ai tempi di Augusto (negli anni a cavallo della nascita di Cristo).

La prima parte (sezioni 1-18) descrive le rotte marittime sull’asse nord-sud dall’Egitto verso le coste orientali dell’Africa, fino alla moderna Tanzania. La seconda parte descrive le rotte commerciali sull’asse Est-Ovest che partono dall’Egitto, circumnavigano la penisola araba, e attraversano il Golfo Persico fino alle coste occidentali dell’India.
Dalla descrizione viva e particolareggiata, si ritiene che l’autore stesso abbia viaggiato in tutte le terre descritte.

I capitoli finali descrivono la costa Est dell’India fino alla foce del Gange ed includono rapporti sulle terre sconosciute situate più a Nord.
L’autore descrive le lunghezze e le condizioni delle rotte, gli empori chiave ed i punti di ancoraggio, la predisposizione dei nativi, e le merci importate o esportate di ciascuna regione.

Siccome i monsoni annuali erano la chiave per il viaggio verso l’India, l’autore segnala, di tanto in tanto, il mese nel quale occorre partire dall’Egitto per raggiungere la località indicata.

Misure: 10 stadi greci sono l’equivalente di 1 miglio inglese o di 1,6 kilometri

Il Periplus Maris Erythraei - Parte prima (Dall'Egitto alla Tanzania)


1. Dei porti designati sul Mare Eritreo, e delle città-mercato sorte attorno ad essi, il primo (che si incontra) è il porto egiziano di Mussel (Veniva chiamato Myos Hormos dai Greci).

Per quelli che navigano verso sud, partendo da qui, sulla riva destra, dopo 1800 stadi, troveranno Berenice. I porti di entrambe le città sono ai confini dell’Egitto, e sono baie aperte verso il Mare Eritreo.




2. Sulla riva destra (del Mar Rosso) subito a sud di Berenice, c’è il paese dei Berberi (o Barbaroi, “stranieri”: tradizionalmente venivano chiamati così tutti i popoli che non parlavano greco).


Lungo la costa si trovano i “mangiatori di pesce”, che vivono in strette caverne nelle vicine valli. Più all’interno ci sono i Berberi, e dietro a loro i “mangiatori di carne cruda” ed i “mangiatori di vitello”, entrambe le tribu governate dai loro capi; e dietro di loro, ancora più all’interno, direttamente ad ovest, si trova una città chiamata Meroe.


3. A sud dei “mangiatori di vitello”, sulla costa, si incontra una piccola città-mercato, dopo aver navigato per circa 4.000 stadi da Berenice, che si chiama Tolomeo dei Cacciatori, dalla quale i cacciatori partono verso l’interno sotto la protezione della dinastia dei Tolomei. In questa città-mercato si trovano le vere tartarughe di terra in piccola quantità; sono di colore bianco e dalla corazza piccola.
E qui ho anche trovato un po’ di avorio, come quello che si trova ad Adulis (altro porto molto più a sud). Ma il posto non ha porto ed è raggiungibile solo da piccole barche.



4. A sud di Tolomeo dei Cacciatori, ad una distanza di circa 3000 stadi, c’è Adulis, un porto fondato per legge, costruito all’estremità di una baia che guarda a sud. Prima della baia, si incontra la così detta Isola Montuosa, circa 200 stadi direttamente in fronte alla fine della baia, con le coste della terraferma che la cingono su di entrambi i lati.

Le navi dirette a questo porto, adesso attraccano qui, a causa degli attacchi dalla terraferma. Precedentemente attraccavano alla fine della baia, ad un’isola chiamata Diodorus, vicina alla riva, che può essere raggiunta camminando da terra, dalla quale i barbari nativi attaccavano l’isola.

Opposta all’Isola Montuosa, sulla terraferma, 20 stadi dalla riva, si trova Adulis, un villaggio di discrete dimensioni, dal quale, in tre giorni di cammino, si può arrivare a Coloe, una città dell’interno e mercato principale per l’avorio.

Da questa città (Coloe), per arrivare alla città che i nativi chiamano Auxumites, ci sono altri cinque giorni di cammino;



ad Auxumites arriva tutto l’avorio dalle terre dietro al Nilo attraverso il distretto chiamato Cyeneum, e da qui viene portato ad Adulis.




Praticamente l’intero numero di elefanti e rinoceronti uccisi vive nell’entroterra, anche se raramente vengono cacciati sulla costa, anche vicino ad Adulis.



Prima del porto di Adulis, in alto mare, sulla destra, si trova una grande isola sabbiosa chiamata Alalaei, dove si trovano gusci di tartaruga, portati al mercato di Adulis dai “mangiatori di pesce”.


5. E circa ad 800 stadi oltre, si trova un’altra baia molto profonda, con una grande collina di sabbia alla destra dell’imboccatura; alla fine della quale si trova dell’ossidiana, e questo è l’unico posto dove viene prodotta. Questi luoghi, dalla zone dei “mangiatori di vitello” alle altre terre Berbere, sono governati dagli Zoscales, che vivono miseramente e cercano di meglio, ma che sono ben istruiti sulla letteratura greca.

6. Si trovano merci di importazione in questi luoghi, stoffe fatte in Egitto per i Berberi, vestiti da Arsinoe; mantelli di bassa qualità molto colorati; manti di lino a doppia tessitura; molti articoli in vetro di bassa qualità, ed altri in murrina, fatti a Diospolis; ed ottone che viene usato per ornamento oppure al posto della moneta; lastre di soffice rame, usate per farne utensili da cucina oppure tagliate per farne braccialetti e cavigliere per le donne; ferro, da cui si ricavano lance per trafiggere gli elefanti ed altre bestie selvagge, ed in guerra. Inoltre vengono importate piccole asce, accette e spade; coppe in rame, rotonde e larghe; un po’ di denaro per quelli che vanno al mercato; vino da Laodicea e dall’Italia, non molto; olio di oliva, non molto; per il re, oro e lastre di argento modellate secondo la moda del paese, e per i vestiti, mantelli militari, e sottili manti in pelle, di poco valore. Anche dal distretto di Ariaca (in India), attraverso questo mare, si importa ferro indiano, ed acciaio, e balle di cotone indiano; i tessuti chiari chiamati sagimtogene, e busti, e manti di pelle e tessuti violetti, e rari tessuti in cotone fino, e braccialetti colorati. Vengono esportati avorio, gusci di tartaruga e corni di rinoceronte. La maggioranza delle merci che arrivano dall’Egitto giungono tra gennaio a settembre; ma stagionalmente si mettono in mare intorno al mese di settembre.

7. Da qui, il golfo arabico gira in direzione est, restringendosi subito prima del Golfo di Avalites. Dopo circa 4000 stadi, per quelli che navigano ad est lungo la stessa costa, si incontrano altre città-mercato berbere, conosciute come “i porti molto distanti”; Sorgono ad intervalli, una dopo l’altra, senza porti veri e propri, ma con piccole insenature, dove le navi possono ancorare e fermarsi in acque tranquille. Il primo è chiamato Avalites; il viaggio più corto per raggiungerlo è dall’Arabia.

Qui si trova una piccola città-mercato che si può raggiungere con barche e zattere. Si trovano merci di importazione, vasi assortiti in vetro decorato; succhi acidi di grappa da Diospolis; tessuti per vestiti assortiti, fatti per i Berberi; frumento, vino, e piccoli barattoli.

Vengono esportate merci sia da qui che, a volte, dagli stessi Berberi che attraversano il mare su zattere verso Ocelis e Muza sulla costa opposta; spezie, un po’ di avorio, gusci di tartaruga, e molto poca mirra, ma meglio che niente. Ed i Berberi che vivono in questo posto sono molto indisciplinati.



8. Dopo Avalites si incontra un’altra città-mercato, migliore di questa, chiamata Malao, distante circa 800 stadi. L’ancoraggio è un’insenatura aperta, riparata da un lembo di terra verso est.

Qui i nativi sono più pacifici. Vengono importate le merci menzionate sopra, e molte tuniche, mantelli da Arsinoe, lavorati e colorati; coppe per bevande, lastre di rame in piccola quantità, ferro, e monete d’oro e d’argento, non molte.

Esportano mirra, un po’ di incenso “frankincense” conosciuto come “il lontano”, la cannella più speziata, resine dall’India e noce moscata, che sono importate in Arabia; e schiavi, ma raramente.


9. Dopo due o tre giorni di navigazione si incontra la città-mercato di Mundus, dove la nave può trovare un ancoraggio migliore e più sicuro dietro ad un’isola sottocosta.

Vengono importate ed esportate le merci già menzionate oltre all’incenso chiamato “mocrotu”. Ed i mercanti che vivono qui sono più scaltri.



10. Proseguendo oltre Mundus, navigando verso est, dopo altri due giorni, o tre, raggiungerete Mosyllum, su di una spiaggia, con un pessimo punto di approdo.

Vengono importate le stesse merci già menzionate, oltre a lastre d’argento, molto poco ferro, e vetro. Vengono esportate una grande quantità di cannella (quindi occorrono navi di grandi dimensioni per questa città-mercato), e fragranti gomme (resine), spezie, un po’ di gusci di tartaruga, ed incenso “mocrotu”(di qualità peggiore rispetto a quello di Mundus), incenso “frankincense”, avorio e mirra in piccole quantità.

11. Navigando lungo la costa oltre Mosyllum, dopo due giorni incontrerete il così chiamato “Piccolo Nilo”, ed una piccola radura, ed una piccola foresta di allori, e Capo Elefante.

Dopodichè la costa indietreggia formando una grande baia, dove sfocia un fiume, chiamato Elefante, ed un grande bosco di allori chiamato Acanna; qui viene prodotto l’incenso “frankincense” in grande quantità e della migliore qualità.

12. Oltre a questa località, la costa punta verso sud, e si incontra il Mercato e il Capo delle Spezie, un ripido promontorio alla fine della costa dei Berberi in direzione est. L’ancoraggio è reso pericoloso dai marosi che si frangono sulla costa, perché il luogo è esposto a Nord.

Uno dei segni dell’arrivo di una tempesta, è che le acque profonde diventano più torbide e cambiano di colore.

Quando succede questo, scappano tutti verso un grande promontorio chiamato Taba, che offre un rifugio sicuro. Le merci di importazione in questo mercato sono le stesse già menzionate; e vi è una produzione di cannella (nelle sue differenti varietà, gizir, asypha, arebo, magla, e moto) e di incenso “frankincense”.

13. Oltre Taba, dopo 400 stadi, si trova il villaggio di Pano. E dopo aver navigato 400 stadi lungo un promontorio, in favore di corrente, si incontra un’altra città-mercato chiamata Opone, nella quale le stesse merci già menzionate sono importate, e dove è prodotta la quantità maggiore di cannella (le varietà arebo e moto), e dove si trovano gli schiavi di migliore qualità, che sono inviati in Egitto in quantità crescenti;
ed una grande quantità di gusci di tartarughe, migliori di quelli che si trovano in altri luoghi.


14. Il viaggio verso tutte queste distanti città-mercato deve iniziare in Egitto verso il mese di luglio.
E le navi devono essere caricate completamente, da Ariaca e Barygaza, portando verso questi luoghi lontani i prodotti di esportazione; frumento, riso, burro chiarificato, olio di sesamo, tessuti, cinture, e miele della qualità rossa chiamata sacchari. Alcuni fanno il viaggio direttamente verso queste città-mercato, ed altri vendono e comprano la mercanzia durante il viaggio. Questi posti non sono soggetti ad un Re, ma ogni singola città-mercato è guidata dal proprio capo.

15. Dopo Opone, la costa tende ancora verso sud, prima si incontrano le piccole e grandi scogliere di Azania; su questa costa non si incontrano porti, ma vi sono posti dove le navi possono trovare un ancoraggio, le coste diventano ripide; e questo tratto è di sei giorni, la direzione diventa sud-ovest.

Poi arrivano le grandi e piccole spiagge, per altri sei giorni di viaggio e dopo di queste, in ordine, le Rotte di Azania, la prima chiamata Sarapion e l’altra Nicon; e dopo aver incontrato vari fiumi ed altri ancoraggi, uno dopo l’altro, separati da un giorno ed una notte, sette in tutto fino alle isole Pyralae e l’omonimo canale;

Oltre alle quali, un po’ a sud di sud-ovest, dopo due giorni e notti lungo la costa Ausanitic, si trova l’isola Menuthias, circa a 300 stadi dalla terra ferma, bassa e piena di foreste, dove si incontrano fiumi e molte razzi di uccelli e le tartarughe di montagna.

Non ci sono bestie selvagge eccetto i coccodrilli; ma non attaccano l’uomo.
In quest’isola si trovano barche cucite, e canoe ricavate da un singolo tronco, che usano per pescare e per cacciare tartarughe.

Qui le cacciano con una tecnica peculiare, con cesti di vimini, a cui fanno attraversare velocemente il canale tra i frangenti.

16. Dopo due giorni di navigazione in più, si incontra l’ultima città-mercato del paese di Azania, che viene chiamata Rhapta; il suo nome deriva dalle barche cucite (rhapton ploiarion) già menzionate; qui si trova avoria in grande quantità, e gusci di tartarughe.

Lungo questa costa vivono uomini dediti alla pirateria, molto grandi in statura, e riuniti in gruppi sotto diversi capi per ogni villaggio. Il capo del governo Mapharitic li governa grazie ad antichi diritti che gli conferiscono la sovranità su questo che è diventato il primo stato di Arabia.

E la gente di Muza li tiene ora sotto la propria autorità, e manda verso questo luogo molte grandi navi, usando capitani ed agenti (commerciali) arabi, che sono familiari ai nativi e spesso sposati con le indigene, e che conoscono l’intera costa e capiscono il loro linguaggio.

17. Qui vengono importate le lance fabbricate a Muza, ed accette e daghe e punteruoli, e vari tipi di coppe di vetro; ed in piccole quantità vino, frumento, non per commercio, ma per mantenere buoni rapporti con i selvaggi.
Da qui vengono esportate grandi quantità di avorio, ma meno che ad Adulis, e corni di rinoceronte e gusci di tartarughe (che vengono richieste anche dall’India), ed un po’ di palme da olio.

18. E questi mercati di Azania sono davvero gli ultimi del continente che si allunga a sud da Berenice, sulla costa destra; oltre questi posti l’oceano inesplorato curva verso ovest, e, correndo verso le regioni al sud dell’Etiopia, della Lybia e dell’Africa, si mescola al mare dell’ovest.

- CONTINUA -

giovedì 3 settembre 2009

A qualcuno piace "hot"! Le rotte delle spezie (parte quarta)

Nell'ultimo post, l’occhio lungo di Roma era proteso verso la ricca fonte di commercio che arrivava dall’Egitto.

Prima di arrivare ai Romani, occorre però segnalare un tentativo greco di rompere il monopolio arabo sul traffico delle spezie nell’Oceano Indiano.

Intorno al 118 a.C. un naufrago di una nave commerciale indiana era stato trovato e catturato nel Mar Rosso, da lì portato ad Alessandria alla corte di Tolomeo VIII, re dell’Egitto.

Le cronache dicono che si offrì “spontaneamente” per guidare i navigatori greci sulle rotte monsoniche verso l’India. Più probabilmente fu “invogliato” ad offrirsi dal momento che ai greci interessava moltissimo poter aprire una rotta diretta senza l’intermediazione dei popoli arabi.

Eudoxus era un navigatore dell’isola di Cizico, colonia greca sulle sponde del Mar di Marmara. Tolomeo lo designò per il viaggio insieme alla guida indiana.

Vennero effettuato due viaggi da Eudoxus, uno nel 118 a.C. e l’altro nel 116 a.C. In entrambi raggiunse l’India e tornò indietro con le navi cariche di spezie e merci preziose. Poi sparì nel corso di un terzo viaggio dove tentava di circumnavigare l’Africa, e di lui non si hanno più tracce.

Nel frattempo, l’antica rotta che dall’India portava le prime spezie all’Africa Orientale, si era trasformata velocemente in un commercio a due vie, con merci che venivano importate verso l’Europa e merci che procedevano in senso inverso, fino all’India ed oltre.

Ma un altro grande impero era interessato all’Oceano Indiano ed alle sue spezie.

Roma e le spezie

A Roma l’uso delle spezie era divenuto importantissimo tra il I secolo a.C. ed il I d.C.
Forti dell’eredità culturale greca, avevano ormai introdotto le spezie nelle loro preparazioni culinarie.

I registri doganali romani fanno registrare 84 tipi differenti di prodotti importati. Ma il pepe, il cumino e l’asa fetida (laser) sono le voci principali di importazione.

Nei piatti romani le spezie erano ampiamente utilizzate; in una raccolta di ricette che vanno dal I al IV secolo d.C. ed attribuita ad Apicio, si possono notare i quantitativi di spezie utilizzate nei piatti:

Medie per ricetta su n. 71 ricette

2 piante aromatiche fresche locali
(levitisco 58%, aneto 30%, coriandolo 25%, ruta 24%, menta 23%, e poi prezzemolo, porro…)

1 aroma secco locale
(semi di sedano 21%, timo 20%, origano 20%, e poi carvi, mirto, semi di mostarda, coriandolo, finocchio, alloro…)

Pepe (97%)

Garum (90%)

Miele o succo dolce (86%)

Aceto (46%)

Vino (42%)

Cumino (35%)

Frutta secca (31% soprattutto datteri)

Asa fetida (27%)

Cipolla (23%)

Praticamente niente aglio ed una bassa percentuale di cipolla.
Venivano importati anche lo zenzero, il nardo indiano, lo zafferano, e la cannella cassia.

Il pepe, uno dei prodotti considerati di lusso, alla metà del I secolo d.C. diventa improvvisamente un prodotto popolare, diffuso sulle tavole dell’impero fino alla Gallia.

Cosa aveva fatto crollare il prezzo del pepe?

L’impero romano e la questione araba
Una partita in due mosse: prima la guerra poi l’astuzia


Sotto Augusto, dal 31 a.C. in poi, la “questione araba” diventò per Roma di primaria importanza.
Augusto, occupato l’Egitto nel 31 a.C, non lo assoggettò a provincia romana, ma lo conservò autonomo, legato al proprio nome, dichiarandolo regnum additum imperio Romanorum, e lo affidò a un prefetto di sua nomina personale, vero viceré, tenuto quindi ad eseguire i suoi ordini diretti.

Già due anni dopo, nel 29 a.C. il primo prefetto C. Cornelio Gallo attaccò il territorio degli Etiopi (oggi Sudan). Nel 27 a.C. moriva suicida, sostituito prontamente da C. Elio Gallo.

La prima mossa: la guerra

Questo nuovo prefetto continuò immediatamente la politica aggressiva del predecessore: ideò una smisurata campagna militare sia per terra che per mare, allestendo un grande esercito di terra e una immensa flotta di 80 biremi, triremi e navi lunghe servendosi di 130 navi da trasporto per imbarcare 10.000 uomini, parte legionari, parte auxiliares.

Il suo obiettivo era impadronirsi della lunga costa di fronte alla sponda egiziana del Mar Rosso per metterla a disposizione del commercio romano, senza nemmeno immaginare né la lunghezza di quella costa né l’aridità del territorio interno.

Puntò e sbarcò a Leukè Kome (odierna Al Khuraybah in Arabia Saudita) all’ingresso del Golfo di Aqaba, dove si aggiunsero i contingenti alleati, 500 Giudei guidati da Erode I e 1000 Arabi Nabatei guidati da Silleo.

La spedizione fu un disastro, a causa delle difficoltà logistiche di un così grande numero di armati e dell’immensità dei deserti arabi. Ritornò ad Alessandria con soli pochi resti delle numerose truppe allestite.

Però la spedizione, anche se disastrosa dal punto di vista militare, fu utile da quello geografico e politico: Elio Gallo stilò appunti e osservazioni nella relazione ufficiale su uomini e luoghi, che si rivelarono particolarmente utili nei futuri rapporti tra Romani e Arabi

Plinio, dirà a proposito della penisola araba: “La stessa Penisola d’Arabia scorrendo fra i due mari Rosso e Persico, per un certo artificio di natura, è avvolta dal mare a somiglianza e grandezza dell’Italia, è rivolta equalmente alla stessa direzione di cielo, anch’essa ‘felice’ in quel sito”.
E per quanto riguarda i suoi abitanti: “gli Arabi sono mezzo e mezzo, metà scrupolosi mercanti, metà briganti o pirati.”

Malgrado le reali difficoltà - di territorio, di clima, di gente selvaggia all’interno - i Romani insistettero con accanimento sul dominio dell’Arabia a causa dei suoi prodotti, ormai ricercati con intensa avidità, sia per sfoggio d’eleganza sia per ricercatezza culinaria sia infine per necessità farmaceutiche: la ricerca delle famose species che entravano in svariate composizioni.

Dato il benessere economico raggiunto, non potevano più fare a meno dei molteplici prodotti provenienti dalle regioni orientali, dal di fuori dei confini imperiali: seta sempre di origine cinese, perle, profumi, erbe aromatiche. L’Arabia era al centro di queste forme di scambi commerciali, in parte come veicolo di trasmissione, in parte come diretta produttrice.

Uno dei prodotti di maggior valore insieme alle spezie ed alle pietre preziose, era la seta.

Questa proveniva da almeno 3 strade terrestri attraverso tutta l’Asia, che scorrevano su accidentati territori e finivano nel territorio dei Parti, che facevano passare le merci, gravandole però di pesanti pedaggi. Se poi si aggiunge che la Cina non esportava filati, ma indumenti già confezionati, del tutto inaccettabili per le usanze romane, occorreva la spesa di sfilare gl’indumenti cinesi e ritessere, grande lavoro alla manovalanza romana: si raggiungevano cifre elevatissime di costo, per ottenere le vesti adattate alla moda romana.

Di qui le continue pressioni del mondo romano sia sull’impero Partico, che non andranno mai a buon fine, oppure sulla rotta indo-arabica: Oceano Indiano, Mar Rosso, breve trapasso carovaniero al Nilo, e quindi sbocco ad Alessandria d’Egitto.

Vista l’impossibilità di conquistare l’asia centrale, anche dopo ripetuti tentativi, rimaneva l’altra via: l’importazione diretta dai porti Indiani, dove la seta cinese giungeva o per mare o parte via terra (catena dell’Himalaya) e parte via acqua (il fiume Gange e poi mare), ma occorreva il collegamento con l’Oceano Indiano.

Accanto alla seta c’era un altro gran numero di prodotti asio-africani che si convogliavano sui porti del Mar Rosso ed erano ormai fortemente richiesti dai mercati romani.

Tutta la politica riguardante l’Arabia, da Augusto in poi, tendeva ad assicurarsi i prodotti orientali particolarmente richiesti. Come abbiamo visto, sin dal tempo degli Egizi si sapeva che il territorio Sabeo (Yemen) produceva spontaneamente incenso e mirra, indispensabili ormai a cicatrizzare ferite sanguinolenti.

Ma ai porti Sabei giungevano molti prodotti dall’opposta sponda africana: cinnamomo e avorio in cambio dei prodotti che il Mediterraneo inviava a sua volta. La rotta delle spezie dell’Oceano Indiano si era trasformata completamente in una ricchissima via di scambio commerciale import-export dall’India al bacino del Mediterraneo e viceversa.

Da registri e documenti di epoca imperiale abbiamo questo elenco di prodotti a Roma:

PRINCIPALI IMPORTAZIONI OLTRE ALLA SETA

Nome italiano - Paese d’origine
Acoro dolce - M. Nero, Asia centrale, India
Aloe - Cina, Malacca
Amomo - Nepal, India
Assafetida - Persia, Media, Armenia
Balsamo - Arabia, Palestina, Africa orientale
Bdellio - India
Benzoino - Asia S-E, Cambogia, Sumatra
Canfora - Giappone, Formosa, Tonchino
Cardamomo - Malabar (India)
Cassia - Cina, Asia S-E
Chiodi di garofano - Molucche
Cinnamomo (cannella) - India, Sri-Lanka
Cipero - India
Comino reale - Africa Orientale, India
Curcuma domestica - Cina, India
Galanga - Cina S, Malacca
Giunco dolce - India, Sri-Lanka
Incenso - Arabia S., Somalia
Mirra - Somalia, Abissinia, Arabia
Noce moscata (frutto) - Malabar, India
Pepe lungo - India settentrionale
Pepe nero - India meridionale
Putchuk - India
Sanatutto - Persia, Afganistan
Sandalo - Cina, Giava, India, Sri-Lanka
Sarcocolla - Persia
Sesamo - Africa, India
Spigonardo - Himalaya
Zenzero - Malacca, Indonesia, Africa orientale

PRINCIPALI ESPORTAZIONI (oltre a vino, olio, frumento, manufatti varii, indumenti e statue)

(su due colonne)
Abrotono - Ginepro
Aglio - Iris
Alcanna - Issopo
Alloro - Lentischio
Ammoniaca - Ligustro
Aneto - Maggiorana
Ascalonia - Meliloto
Asfodelo - Menta
Assenzio - Nardo (vari tipi)
Balanite - Papavero
Balsamo (colt.) - Prezzemolo
Basilico - Rafano
Camomilla - Rosmarino
Cappero - Rucola
Cerfoglio - Ruta
Cicoria - Salvia
Cipolla - Santoreggia
zafferano - Sedano
Dittamo - Senape
Erba medica - Silfio
Erba di Spagna - Storace
Ferula - Terebinto
Finocchio - Timo

Le spedizioni militari romane per conquistare la penisola arabica si succedettero senza grandi successi per 10 anni, fino a circa il 20 a.C.
Da questa data in poi cesseranno i tentativi romani di conquistare con la forza la penisola araba: Augusto cambierà tattica.

La seconda mossa: l’astuzia

Esiste un documento anonimo, scritto intorno all’80 d.C. ma che riproduce la situazione di 70 anni prima, al tempo di Augusto. Questo documento, il Periplus Maris Erythraei, descrive l’intero itinerario a cominciare dai porti Egizi di Berenice e di Myos Hormos (attuale Al-Qusair) e da Leukè Kome sulla costa Arabica, e segna i vari porti successivi, indicando la distanza (in miglia o in stadi o in giornate di navigazione). In ogni porto elenca le merci a disposizione, sia quelle da poter sbarcare che le altre da poter imbarcare.

Le merci del Mediterraneo arrivavano in grande quantità nei singoli approdi, richieste sia dagli abitanti locali sia dagli agenti romani trasferiti sul posto, vogliosi di prodotti delle loro patrie lontane: nei vari porti e città da essi abitati si era creata una catena d’insediamenti di personale greco-romano, che continuava propri usi e costumi, richiedendo i prodotti della terra d’origine o analoghi.

La presenza di agenti commerciali greco-romani nelle città Arabiche e Orientali è documentata dai numerosi rinvenimenti di monete romane, ben distinguibili dalla fattura, dal conio, dalle immagini dei sovrani dell’epoca: partono da Augusto, con largo seguito di pezzi coniati in età posteriori, non soltanto del primo Impero, ma anche delle età più tardive, gli imperatori del IV, V e perfino del VI secolo, che mostrano continuità mai interrotta.

Tutto questo attesta la presenza di operatori commerciali romani, non solo mercatores, ovvero mercanti, ma anche cambiavalute, che tenevano vivi gli scambi e il consumo dei prodotti delle patrie d’origine, accanto alle merci orientali sempre presenti nelle regioni del Mediterraneo.

Augusto era finalmente riuscito a penetrare nel mondo Arabo, non con la guerra, ma con la forza del denaro, con le donazioni, i regali inviati generosamente ai dirigenti delle comunità arabiche, come ben testimonia il Periplus che riporto integralmente (nel prossimo post) tradotto da me in italiano dall’originale traduzione inglese di Casson del 1989 dal greco.

- CONTINUA -

mercoledì 2 settembre 2009

A qualcuno piace "hot"! Le rotte delle spezie (parte terza)

Ci eravamo lasciati con la promessa di parlare degli Achemenidi e di come il loro grande impero, durato 220 anni, abbia influito sulla diffusione delle spezie orientali.

Il primo grande mercato globale

Succeduti agli Assiri ed ai Medi, gli Achemenidi diedero vita nel 550 a.C. al più grande impero della storia antica, iniziato da Ciro il Grande.

Fu il più grande e potente impero mai visto fino ad allora, e fu ben governato ed organizzato.
Raggiunse la sua massima estensione sotto Dario I , ad est fino al bacino dell'Indo ed ad ovest all'Africa Orientale ed alla Grecia.

L'impero persiano o achemenide - 550-486 a.C.

Dario divise il suo reame in una ventina di satrapie (province), ognuna amministrata da un satrapo (governatore), molti dei quali avevano legami personali con lo scià.
Istituì un sistema di tributi per tassare ogni satrapia, adottò e migliorò il già avanzato sistema postale assiro.

Costruì la famosa Strada Regia, collegando tra loro gli estremi dell'impero.
Spostò l'amministrazione centrale da Persepoli a Susa, più vicina a Babilonia e al centro del regno. I Persiani furono tolleranti verso le culture locali, seguendo il precedente instaurato da Ciro il Grande, atteggiamento che ridusse notevolmente le rivolte dei popoli soggetti.

Per quanto riguarda la cucina e le spezie, venivano utilizzate soprattutto quelle locali, come mostarda, cumino, coriandolo, aneto, nigella e menta, oltre al trio degli agliacei: aglio, cipolla e porro. Inoltre la Persia funzionava come bacino di raccolta e serbatoio delle specie coltivate in India, sia per un utilizzo interne che, in parte, per l'esportazione ai confini occidentali dell'impero.

I popoli dell'Arabia, furono liberi di trarre un enorme e vantaggioso profitto commerciale da questo grande mercato che si stava sviluppando in Medio Oriente ed i cui porti e rotte commerciali erano sotto la protezione dei Persiani.

Mentre si stavano sviluppando sempre di più le varie vie della seta che dalla Cina, attraverso l'Asia Centrale, raggiungevano il Mediterraneo, continuava floridissima l'attività commerciale sulle rotte marittime tra il sud dell'India e le coste dell'Africa Orientale.

La definizione e il mantenimento di queste vie commerciali grazie ad imperi che pacificarono vaste aree dell'Eurasia, ridusse i rischi connessi con il commercio a lunga distanza, di fatto incrementandolo notevolmente.

Ma insieme a merci, prodotti, spezie e genti, transitavano anche le culture.

Acqua, aria, terra, fuoco

Nel 500 a.C. sui confini occidentali dell'Impero Achemenide, le colonie greche erano in piena rivolta, ed iniziava la lunga guerra greco-persiana.

Sempre in quel periodo, però, prendeva forma il Corpus Hippocraticum, una raccolta di 72 libri che probabilmente furono scritti tra il V e il IV secolo a.C. non tutti attribuibili ad Ippocrate (considerato il padre della medicina).

Quasi contemporaneamente, in India, intorno al 300 a.C. vengono scritti i Corpus Ayrvedici, ovvero i testi che pongono le basi della medicina terapeutica indiana, staccatasi dalla precedente basata sulle pratiche magiche del periodo vedico.

Ippocrate concepisce la teoria umorale, ovvero l'applicazione alla natura umana della teoria dei quattro elementi: acqua, aria, terra e fuoco. Definisce l'esistenza di quattro umori: Bile Nera, Bile Gialla, Sangue e Flegma.
L'acqua corrisponde alla flemma (o flegma) che ha sede nella testa, la terra corrisponde alla bile nera che ha sede nella milza, il fuoco alla bile gialla (detta anche collera) che ha sede nel fegato, l'aria al sangue la cui sede è il cuore.
Il buon funzionamento dell'organismo dipenderebbe dall'equilibrio degli elementi mentre il prevalere dell'uno o dell'altro causerebbe la malattia.

La causa primaria di infermità o malattia è strettamente correlata alla dieta alimentare applicata dal paziente.
L'alimentazione prima e la digestione successiva sono il centro focale della teoria degli umori.
Il calore generato dalla digestione trasforma gli alimenti attraverso vari stadi: prima chilo poi sangue ed infine in nutrimenti che vengono distribuiti a tutte le parti del corpo.

La malattia è vista come uno squilibrio tra gli umori del corpo, per riequilibrare i quali è necessario utilizzare alimenti (o rimedi) di qualità opposta a quella dello scompenso. Da questa visione viene attribuita una grande importanza per le spezie "calde" in contrapposizione alle malattie "fredde".

In modo molto simile la medicina indiana pone al centro l'atto digestivo: l'equilibrio tra bile, flegma e vento dato da una buona digestione assicura di non contrarre malattie. I tre elementi citati simboleggiano le forze universali che agiscono anche sull'uomo: fuoco ed acqua prima di tutto, e vento come intermediario e bilancia tra i due.

I tre umori indiani hanno altrettante qualità, ordinate in coppie opposte: caldo-freddo, umido-secco, pesante-leggero. Anche per la medicina ayurvedica la malattia rappresenta uno scompenso, soprattutto dal punto di vista della digestione, ed anche in questo caso, come per i Greci, lo squilibrio dovrà essere corretto attraverso alimenti o medicamenti che agiscano per effetto contrario (caldo/freddo).

Ippocrate prescriveva, ad esempio il pepe, quale medicamento "caldo" nel caso che la malattia fosse dovuta al freddo.

Da una parte abbiamo l'India che produce ed utilizza le spezie sia internamente che per esportazione, dall'altra l'Occidente, dove nel corso del tempo cresce sempre di più la richiesta delle spezie orientali ritenute maggiormente "calde" di quelle locali. Comunità di intenti sia nel produrre che nell'importare, che trovano negli Arabi e nel Medio Oriente degli ottimi intermediari.

Al momento del crollo dell'Impero Persiano, nel 330 a.C. ad opera di Alessandro Magno, il commercio delle spezie continua senza interruzioni, anzi acquisisce una dimensione nuova e maggiore. Sotto i regni ellenici la civiltà greca si estende nel mondo mediterraneo, eurasiatico e in Oriente, fondendosi con le culture locali.

I regni ellenistici - 240 a.C. ca.

La civiltà ellenica si diffonde dall'Atlantico all'Indo, coinvolgendo le culture dell'Asia Minore, dell'Eurasia, dell'Asia Centrale, della Siria, della Fenicia, dell'Africa del Nord, della Mesopotamia, dell'Iran, dell'India.

Ai tempi di Ippocrate, due secoli prima, le spezie orientali venivano ancora usate massimamente come rimedi medici, oppure nei riti religiosi o propiziatori. Dalla fusione delle varie civiltà orientali con quella greca alcune di queste spezie entrarono anche nelle preparazioni alimentari occidentali.

Con la sostituzione del controllo greco con quello romano sul Mar Mediterraneo, sorge la "questione mediorientale" del controllo del commercio delle spezie, fino ad allora strettamente in mano agli arabi ed ai regni tolomeici in Egitto e Seleucide in Asia Minore.

Quando Roma sottometterà l'Egitto nel 31 a.C. si vedrà aprire, finalmente, le porte del Mar Rosso e della via delle spezie.

- CONTINUA -

martedì 1 settembre 2009

A qualcuno piace "hot"! Le rotte delle spezie (parte seconda)

Abbiamo visto nel post precedente che dall'Oriente le spezie hanno iniziato ad arrivare nel Mediterraneo già molti millenni fa.

Oltre alle prime rotte che passavano per l'Africa Orientale, se ne aprirono altre più a nord. Ma quando si parla di spezie le cose si complicano ed è bene cercare di vedere le cose nella giusta prospettiva, e cercando di fare un po' d'ordine.

La rotta a sud, che dalla Malesia e dall'India arriva al Madagascar e all'Africa Orientale, è molto antica, ma ancora più antiche sono le civiltà che si sono sviluppate nelle aree delle spezie.

Per capire meglio come le varie rotte delle spezie iniziarono ad intersecarsi tra loro, e come le varie spezie entrarono negli usi e costumi medici prima e culinari poi, occorre procedere in parallelo con gli sviluppi delle civiltà antiche.

E già che ci siamo, visto che a volte un disegno vale mille parole, utilizziamo un po' di cartine storiche partendo da questa:

Le grandi civiltà urbane - IV-III millennio a.C.
Le prime quattro grandi civiltà della storia datano 5-6000 anni e costituiranno nei millenni a venire i centri di produzione e commercio del mondo antico.

Voi mi direte: ma parti da molto lontano! Si, ma anche la cucina o meglio la gastronomia parte da lontano e si sviluppa proprio seguendo la crescita delle civiltà.

Proviamo a sovrapporre un'altra carta alla prima:

Grandi zone di origine dei principali alimenti vegetali
In realtà la mappa sarebbe più vasta e ricomprenderebbe anche le regioni tropicali africane e centro americane, ma per ora può bastare.

In grigio ho segnato le aree principali dove si sono sviluppati gli alimenti vegetali primari, e tra questi le spezie.

Zona 1 - Cina del Nord - Spezie ed erbe aromatiche: aglio, anice stellato, basilico, cannella, cipolletta, frassino spinoso, zenzero, cipolla;

Zona 2 - Sud Est Asiatico, India, Indonesia, Cina meridionale, Malesia - Spezie ed erbe aromatiche: basilico, cannella, cardamomo, citronella, curcuma, balanga, zenzero, garofano, noce moscata, pepe tondo e pepe lungo;

Zona 3 - Vicino e Medio Oriente - Spezie ed erbe aromatiche: aglio, aneto, anice, carvi, cerfoglio, coriandolo, cumino, dragoncello, maggiorana, menta, cipolla, origano, papavero, zafferano, sommacco (e la maggior parte delle radici, di frutta fresca e secca attualmente consumati in Europa, ma questa è un'altra storia).

Zona 4 - Bacino del Mediterraneo - Spezie ed erbe aromatiche: anice, cappero, cerfoglio, erba cipollina, alloro, maggiorana, menta, nigella, origano, prezzemolo, rosmarino, ruta, santoreggia, salvia, timo.

L'elenco delle spezie sarebbe in realtà più lungo, ma a noi basta questo piccolo estratto per iniziare a fare un paio di osservazioni.

La prima cosa che salta all'occhio è che spostandosi da est ad ovest, cresce il numero di "piante aromatiche" e decresce quello delle spezie propriamente dette.
La seconda è che zone vicine presentano contiguità nell'origine di alcune piante o spezie (vedi le zone orientali in contrapposizione a quelle occidentali).

Lasciamo le cartine che abbiamo visto un attimo in sospeso (ci torneremo più avanti) e torniamo a parlare di rotte delle spezie dove le avevamo lasciate: Egiziani ed importazione di incenso, mirra e cannella.

La zona dell'Hadramaut, il moderno Yemen, e la costa orientale del Mar Rosso, diventano le zone di produzione intensive di gomme e resine di incenso, viste le notevoli proprietà di questa spezia. Intorno al 1000 a.C., Aden si trasforma nel "deposito d'Oriente", dove confluisce anche la cannella che arriva dall'altra parte dell'Oceano Indiano, via mare.

Nonostante ripetuti tentativi nei corsi dei secoli, gli Egiziani non riuscirono a togliere il monopolio di questo commercio ai mercanti arabi, per i quali apportava ricchezze incalcolabili: oltre ad essere richiestissimo l’incenso costava caro, veniva pagato in oro e, come vedremo più avanti, nell’impero romano, non era sottoposto a dazio d’importazione, forse perché era considerato, più che un genere di lusso, una sostanza di prima necessità, indispensabile nelle cerimonie religiose.

Questo commercio era a tal punto florido che venne a crearsi una vera e propria «Via dell’Incenso», una carovaniera che percorreva le coste dell’Arabia meridionale e poi risaliva fiancheggiando il Mar Rosso, e lungo la quale si svolgeva contemporaneamente il trasporto di altre merci. Era composta da circa 65 stazioni di sosta, e a dorso di cammello i carichi d’incenso raggiungevano i diversi porti dai quali venivano spediti alla destinazione definitiva.

L’incenso veniva anche rielaborato per la composizione di unguenti e profumi, e si adottavano particolari accorgimenti per impedire agli operai di impadronirsene: Plinio ricorda che ad Alessandria gli uomini addetti alla sua lavorazione dovevano indossare un grembiule con sigillo e una maschera, oltre che uscire nudi dall’officina.

Nei cosmetici veniva impiegato per la proprietà di mantenere giovane l’incarnato. Ma, più che a scopo cosmetico, l’incenso era impiegato terapeuticamente, e preparazioni contenenti incenso rimasero in vigore per secoli, come il famoso Balsamo Fioravanti nel 1500 per contrastare l'avvelenamento da arsenico.

Molte delle sue proprietà venivano sfruttate dagli antichi, che non impiegavano soltanto la resina, ma anche la fuliggine ottenuta bruciando l’incenso in appositi recipienti e la corteccia dell’arbusto. Uso elettivo ne era quello topico, in particolare come cicatrizzante di ferite, anche sanguinanti, ulcere e piaghe, geloni e scottature, su cui veniva sparso in polvere o sotto forma di rudimentale pomata, ottenuta mescolandolo con altre sostanze (miele, aceto, grasso d’oca ecc.), presumibilmente con risultati eccellenti, date le proprietà antisettiche, cicatrizzanti e vulnerarie dell’incenso.

Ma una grande svolta doveva inaugurare una enorme era commerciale: la nascita dell'impero Achemenide e la congiunzione tra le filosofie e la medicina indiana e greca, che avevamo lasciato in sospeso dalla prima parte.

- CONTINUA -