giovedì 27 agosto 2009

A qualcuno piace "hot"! Le rotte delle spezie (parte prima)


A qualcuno piace caldo (some like it hot - caldo o "piccante") era il titolo di un bellissimo film dove Tony Curtis e Jack Lemmon (Geraldine e Josephine) scappando da una banda di gangster, finiscono in Florida in mezzo a mille guai.

Mi direte: cosa c'entra un film come quello in un blog di cucina ligure-peruana? Niente, ma era un ottimo inizio per parlare di spezie, e quelle, come abbiamo visto qui e qui c'entrano e parecchio con la cucina ligure-peruana (e non solo con quella ovviamente)!

Nel 1999 due antropologi americani, Paul W Sherman e la sua studentessa Jennifer Billing, si sono messi di impegno ed hanno sostenuto scientificamente un approccio di tipo darwiniano al perchè utilizziamo le spezie in cucina, dando alle stampe il risultato dei loro studi in questa pubblicazione scientifica: "Darwinian gastronomy: Why we use spices - Some like it hot".

Riassunto brevemente, il loro studio dimostrerebbe che utilizziamo le spezie perchè "ci fanno bene", soprattutto dal punto di vista preventivo-medico e questo grazie ad una evoluzione, appunto darwiniana, nel gusto della nostra specie.















Quello che però lo studio non affronta, è tutto il contesto socio-culturale nel quale si è sviluppato questo enorme mercato mondiale delle spezie, relegando ad una mera roulette di "uso le spezie e sono avvantaggiato"-"non uso le spezie e sono penalizzato", lo sviluppo di una cucina speziata nel mondo.

Non spiegano, in definitiva, perchè in molti paesi vengano utilizzate spezie importate dall'estero e viceversa, e come la natura umana, elevata al di sopra di semplici cause ed effetti, abbia in realtà consapevolmente adottato determinate scelte per gestire il controllo della movimentazione delle spezie.

Per provare a dare un senso alla diffusione delle spezie in tutto il mondo, iniziamo un lungo, lungo viaggio, tra genti misteriose e mari sconosciuti, sulle rotte delle spezie.

L'inizio: incenso e mirra, e più tardi la cassia

La Regina egizia Hatshepsut aveva dato l'ordine, e velocemente i comandanti fecero muovere le cinque grandi navi verso il Sud, verso la leggendaria terra di Punt. Gli equipaggi ancora non lo sapevano, ma molti mesi dopo sarebbero tornati in Egitto con le navi ricolme di preziosissimi prodotti, legname pregiato, scimmie dalle lunghe code, levrieri, pelli di leopardo, ed, infine, gli unguenti insostituibili: incenso, mirra e cassia.

Gli inviati, giunti a Punt, trovano dinanzi a sè un terreno pianeggiante e fittamente boscoso.
Le capanne coniche degli abitanti sono costruite in gran quantità. Vicino ad esse, greggi di mucche riposano tranquillamente all'ombra di un gruppo di alberi, mentre strani uccelli volano in cielo.

Il comandante della spedizione vede arrivare il capo villaggio, accompagnato dai familiari. Parihu, questo il suo nome, è adornato da una grande collana di perle, e porta una barbetta lunga e fina, rivolta all'insù.

Ma la loro attenzione è catalizzata dalla moglie del capovillaggio, Ati.
E' una donna enorme, obesa, eccessiva, con rotoli di carne su braccia e corpo, e porta tatuate sulle guancie due linee che partono dagli angoli della bocca fino a raggiungere quasi le orecchie.

Parihu, visibilmente sorpreso, chiede al capo della spedizione: "Come siete arrivati in questa terra sconosciuta agli uomini dell'Egitto? Provenite dalle strade del cielo? O avete navigato il mare di Ta-nuter? Dovete aver seguito il percorso del sole. Per quanto riguarda il Re dell'Egitto, non ci sono strade che siano inaccessibili alla Sua Maestà; noi viviamo dell'aria che egli ci fornisce."

Il capo della spedizione egizia chiede che vengano portati i doni per il principe di Punt: perline, collane, braccialetti, ascia e daga da cerimonia. Parihu, in segno di riconoscenza ed omaggio verso la regina egiziana, ordina di accumulare i prodotti migliori della propria terra vicino alle navi.

Vengono così portati alberi di incenso, alberi di sicomoro per estrarne la mirra resinosa, sacchi di cassia, tronchi d'ebano, scimmie, giraffe, puro avorio, oro e agate.

In Egitto, la pratica dell'imbalsamazione dei corpi è sorprendentemente antica. I corpi iniziarono a essere imbalsamati tra il 2613 e il 2494 a.C. sotto i faraoni della quarta dinastia. Già nel 5000 a.C., però, i corpi venivano preservati tramite la sepoltura nella sabbia calda e secca del deserto. Vere e proprie tecniche, che implicavano il ricorso a sostanze dotate di proprietà antibatteriche, furono usate tra il 1567 e il 1200 a.C.

La mirra e la cassia (cannella cinese) erano due tra gli unguenti utilizzati per l'imbalsamazione, mentre l'incenso veniva bruciato nei riti di sepoltura egizi.

La misteriosa terra di Punt, origine del commercio di incenso, mirra e, più tardi, ma di fondamentale importanza, della cassia verso l'Egitto, si pensa che fosse situata sulle rive occidentali del Mar Rosso, in piena Somalia. Di questa regione sono originari gli alberi dell'incenso, mentre più ad est, verso il Corno d'Africa, è originaria la mirra.

Il primo viaggio conosciuto verso questa regione è quello organizzato dal faraone Sahure della quinta dinastia (circa 2550 a.C.). Le sue navi riportarono incenso, mirra, oro, argento, legno prezioso e schiavi da Punt e da molte altre terre ed isole che incontrarono durante il viaggio.

Il faraone Asa (Isesi) seguì l’esempio di Sahure e intorno 2400 a.C. spedì anche lui le sue flotte alla terra di Punt.

I più noti e forse più fruttuosi, fra questi viaggi, sono quelli organizzati dalla regina Hatshepsut (1501-1482 a.C.) e documentati nei bassorilievi del tempio di Deir-EL-Bahari, che lei stessa fece costruire a Tebe in onore di Amen-Ra. La spedizione principale di Hatshepsut si componeva almeno di cinque grandi navi con trenta rematori in ciascuna. Essi partirono da qualche luogo del Mar Rosso e rimasero assenti per tre anni.

Secondo i racconti sulla vita di Ramses IV nel papiro Harris, conservato nella British Library, il faraone Ramses III inviò una spedizione di 10.000 uomini a Punt nel 1180 a.C.

L'ultima spedizione che conosciamo, circa a metà del secondo secolo a.C., fu organizzata con l'aiuto dei commercianti e dei banchieri di Massilia, la moderna Marsiglia.

La cassia, la prima tipologia di cannella che arriverà nel Mediterraneo intorno al 2000 a.C., ed anch'essa fondamentale per le procedure di imbalsamazione, proviene invece dal sud della Cina, ma all'epoca era già coltivata in Malesia. Da qui, attraverso un viaggio di 5000 miglia nell'Oceano Indiano su canoe a due galleggianti ed un albero, veniva portata direttamente in Madagascar, per passare nelle mani dei commercianti arabi che l'avrebbero portata più a nord, verso il Mar Rosso e la terra di Punt.

Il grande sviluppo delle tecniche di imbalsamazione aumenta la domanda di spezie: agli originari incenso e mirra, che venivano prodotti nel continente africano, si aggiunge la richiesta di cannella che arriva dalla Malesia (e successivamente dall'India dove si inizieranno produzioni intensive di cassia per soddisfare la nuova crescente domanda dei mercati egiziani).

Sia l'incenso che la mirra hanno ottime proprietà antisettiche, non certo inferiori a quelle della cassia, che verrà però importata per incrementare il volume totale di unguenti richiesti in Egitto, non bastando più la sola produzione locale di incenso e mirra.

In questo modo, l'oriente inizia a guardare all'occidente, iniziando una esportazione redditizia di spezie, merci e prodotti primi.

Ma per aumentare la gamma di spezie esportate e stabilizzare il flusso di prodotti dall'oriente, i nuovi consumatori dovevano essere predisposti a riceverli.

Una vera e propria apertura dei mercati e valorizzazione dell'immagine di un marchio, che verrà portata avanti da due elementi fondamentali: il primo accomunava India e Grecia ed il secondo... molto più legato ad una moderna azione di marketing vero e proprio.

- CONTINUA -

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